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Beyond the horizon

Davide Battistin
13 ott 2018 – 27 gen 2019

Curata da Ian Warrell
presso la Fondazione Querini Stampalia

Beyond the Horizon min

«Quello che all’inizio può sembrare uno spazio vuoto, in realtà risulta stranamente accogliente e invita chi osserva ad abitarlo. Davide non rappresenta Venezia come una città spenta o morta. Al contrario, sulle sue tele troviamo la Venezia della nostra immaginazione. Una città incantata, che possiamo ancora intravedere di tanto in tanto... Uno spazio idealizzato, personale, che va oltre la realtà del presente e risuona dentro di noi, nella mente e nel cuore». Queste le parole di Ian Warrell, curatore della mostra Beyond the Horizon nella suggestiva cornice dell’Area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia.   

La mostra presenta quindici opere che Davide Battistin ha realizzato per l’occasione. Oli su tela, di grandi dimensioni, che raccontano una Venezia incantata, onirica, tanto cara ai veneziani. C’è Beyond the Horizon, il dipinto che dà il titolo alla mostra, ma anche Stillness, Canal Grande, Redentore, nomi evocativi che rimandano all’immaginario collettivo di questa città sospesa tra acqua e cielo e alla grande tradizione dei vedutisti, da Canaletto a Marieschi, da Bellotto a Guardi, a Turner.

«L’idea di abitare un’opera si può utilizzare come metafora per esprimere il rapporto che Davide Battistin ha con i suoi dipinti dedicati a Venezia. Anzi, alle Venezie, che sono tante quante sono le occasioni per ricrearla in pittura e quanti sono gli scenari adatti alla realizzazione del personale vedutismo dell’artista. In realtà è come ci fossero due pittori in lui: quello narrativo e quello contemplativo. Il primo è calato perfettamente nella tradizione figurativa che fa della Città galleggiante un’icona universale; il secondo invece è quello che “diventa” Venezia, che pratica una specie di immersione totale..    dove sembra smarrirsi in una dimensione azzurra. Davide si lascia possedere dall’atmosfera della sua città, che è colore; diciamo pure che il linguaggio visivo che esprime questa dimensione non è altro che colore, le forme non esistono più – è la trasfigurazione». 


Così scrive Ivo Prandin nel saggio in catalogo che prosegue: «Osserviamo da vicino la sua azione sulla tela e scopriamo che ha eliminato ogni traccia del pennello...come se volesse “dimenticare” il tocco che serve a tessere le immagini; il ductus di Battistin viene superato e il colore si confonde in una totalità che appartiene più al sogno che al mondo vivente... in Davide Battistin troviamo piuttosto che è la pittura ad attirarlo dentro di sé, nel proprio corpo, a sedurlo».

 

Se dipingere è costruire con la luce, e l’arte è tradurre la materia in immagine, nel caso di Battistin si può parlare di abbandono all’incantesimo, a quel processo di chimica fantastica che è la creazione di figurazioni ai limiti della materia, quasi un evaporare o disincarnarsi, come accade proprio al suo motif, a quella Venezia non più detta esplicitamente ma suggerita, sognata forse, se il sogno è un «luogo di passaggio per un ritrovamento... è il resoconto poetico di un’esperienza dei sensi eccitati allo spasimo, pura emotività».